martedì 14 marzo 2017

Triste storia





Uno, due, tre, quattro, cinque, sei e sette. A posto, anche questa sera il compitino è fatto. “Conta sette stelle per sette sere di seguito e il tuo desiderio sarà esaudito”. Me lo disse Libero, a Benevento, nel corso di una notte corrusca. È un consiglio che seguo tuttora. Non sempre. Talvolta. Succede che la nebbia faccia crollare l'ultimo baluardo del fato. Talvolta i contorni dell'oggetto agognato si confondono, andando a sconfinare in altri campi, il giorno seguente. A volte mi chiedo se, nel corso di questo infantile rito, ci debba essere necessariamente uniformità di intenti. Oppure se conti sempre l'ultimo, irraggiungibile e contingente desiderio. Mi sono sorpreso a barare, anche, spudoratamente. Contandone sette a mezzanotte meno un quarto e altrettante appena scoccato il nuovo giorno. Qualche limpida sera ne contavo quattordici. Il trucchetto lo mettevo in atto a Londra, quando credevo ancora al concretizzarsi dei sogni. Eppoi è così difficile imbattersi in cielo stellato a Londra. È per questo che gli inglesi sono perennemente tristi.
L'appuntamento è fissato per le sette e trenta. Il luogo è sempre lo stesso, i tetri carruggi di Genova; la zona un tempo nobile della città, ora alla mercé di spacciatori e puttane. Delle stelle nemmeno l'ombra nei ritagli di cielo concessi dai perimetri superiori delle stamberghe. Guido non c'è. È in ritardo, come al solito. Giochicchio, per un attimo, con l'indice cronologico del suo ultimo libro. Era solito commissionarmelo: troppo noioso spulciare nomi e date. Mi diceva spesso che potevo avere un futuro come agiografo. Mi scosto dal citofono, rimetto i fogli nella carpetta azzurra e faccio due passi.
Coriandoli. Il Carnevale. L'allegoria del Carnevale. Me ne ero quasi scordato. Solo un calcio ai tondi stampini colorati ammonticchiati sul ciglio della strada ne rivelava lo svolgimento. Mi chiedo se la maschera indossata per celare l'identità cada per incanto alla mezzanotte del martedì Grasso per restituire il volto abituale il mercoledì delle Ceneri. O se sotto la maschera c'è un trucco, pesante e indelebile. E si sopravviva con il pesante cilicio di un volto preso a prestito. Per taluni è un Carnevale incessante, obbligato. Senza via di scampo. Si è costretti a ballare tanghi e mazurke controvoglia. Perdendo anche il ritmo, ma continuando a muoversi vorticosamente nel veglione della vita. Ci si accorge troppo tardi, quando succede, che si è sprovvisti di invito. Ma si continua a ballare. Nonostante tutto. Cercando di non fare scivolare una maschera fissata con legature posticce. È difficile non sottostare a questo compromesso, il prezzo da pagare è alto. Il più alto.
La conobbi in Portogallo, nella regione montuosa del Tras Os Montes, una zona selvaggia. Poca gente. Credo che noi due fossimo stati gli unici turisti che gli anziani vestiti di nero vedevano da anni. La stavano guardando a debita distanza. Era seduta sugli scalini di una chiesa, a Macedo Dos Cavaleiros, nello spazio che faceva da punto di ritrovo. I maschi giocavano a bocce usando pietre, le donne osservavano il niente, malinconicamente assorte, mute, dopo aver sviscerato lo scibile intonso. Lei non amava la gente. Lo capii dallo sguardo freddo con il quale mi accolse. Mi sedetti accanto a lei, senza parole. Le indicai sulla cartina il punto esatto dove ci trovavamo. Lei assentì con la testa, senza voltare la stessa. Attimi di lungo silenzio. Un cane abbaia, qualche metro più in là. Poi se ne va, caracollando. Caldo. Lei non amava la gente. Mi alzai nell'atto di andarmene, senza parole. “Dove vai”, mi disse stizzita. Non c'erano più autobus sino al giorno seguente e lei si doveva recare a Lisbona. Le tracciai con il dito l'itinerario di massima che mi ero prefissato. Si alzò. Ci avviammo verso la macchina che avevo affittato per il viaggio. Passammo due giorni assieme, scambiandoci sguardi laterali con la complicità dei finestrini chiusi. Mangiavamo in macchina, su fogli traslucidi e bisunti. Manipolava continuamente i tasti della radio senza mai essere soddisfatta del risultato. Era la terza di quattro figli. Le tasche piene di escudos e la testa vuota di prospettive. Era tutto quello che riuscito a carpirle. Lei mi chiese da dove venivo. Le dissi dall'Italia. Lei mi disse: lo so, ma da dove. Le dissi il posto. Lei mi rispose: fantastico. Tutto qui. Parlava poco; questo perché conosceva poche parole e non credeva in nessuna di esse. Normalmente mi avrebbe annoiato, solo che allora i miei sensi erano svegli ad ogni genere di amicizia umana. Bruttina, sciatta, ma con due mani bellissime, con unghie pulite e curate, dita lunghe e affusolate. Dita da artista. Aveva lo sguardo fisso di chi cerca qualcuno nella folla. La faccia era giovane, ma portava già la traccia latente del futuro di cui il presente è una maschera debolissima. Era diretta a Lisbona per fare visita ad una zia e a cercare qualcosa che non c'è. Fuggiva da un paesino vicino a Liegi. Me lo disse la prima sera, quando ci regalammo due righe di chiacchiere da ospedale prima di addormentarci. Quella sera sorrise, anche. Con moderazione, naturalmente. Poi ammutolì improvvisamente, vergognandosi di essere stata colta in flagrante. Appoggiò la testa allo zaino, socchiuse gli occhi e chiuse la porta dietro di sé.
Arrivammo la sera seguente, all'imbrunire, sulla costa occidentale dopo aver attraversato la campagna portoghese, perennemente avvolta nel dormiveglia della domenica mattina. Sostammo per un attimo ad ammirare il tramonto sull'oceano. Prima di scendere dalla macchina, mi disse qualche parola, cui non diedi peso, affascinato come ero dalla bellezza perlacea del paesaggio. Lei sembrava felice; percorsa da brividi compiacimento. Presi il maglione dallo zaino e mi accesi una sigaretta. La persi di vista un attimo. Poi la vidi. Era là. In bilico tra gli scogli e il mare. Tra la vita e la morte. Qualche attimo, titubante, pensierosa; nella penombra solo il punto rosso della sigaretta – dell'ultima sigaretta - le rischiarava i lineamenti. Pensava che quello fosse il luogo ideale per morire. Me lo disse - questo mi disse, cristosanto, stupido che non sono altro – appena prima. Poco prima di spiccare l'ultimo volo. Poteva essere il posto ideale. Poca gente, quasi nessuno. Qualche appassionato di footing. Qualche nostalgico in preda ad elucubrazioni. Gabbiani. Solo loro a osservare quel volo di cento metri nel nulla. Lei non amava la gente. Era sicura che nessuno avrebbe voltato la faccia inorridito. Niente sirene, né pompieri. Niente stampa. Niente clamori. Solo il silenzio e il frangersi delle onde, laggiù in basso. Il mondo che succede e basta. Il faro di Capo Carvoeiro. Qualche cicca per terra. Involucri metallizzati di preservativi da poco prezzo. Niente schiamazzi. Il suo corpo che va a confondersi con le cianfrusaglie restituite dal mare. Niente clamori. Solo la lampara di un gozzo, in lontananza.
Nessuno.
L'orizzonte confuso con la linea disegnata dall'oceano. L'odore acre del mare. Nessuno. La tramontana che spira gelida, incurante dell'attimo. Il freddo ha cominciato a salirmi dentro, venato di sentimenti privi di contorni. Il faro di Peniche che colora il cielo di rosso, ad intermittenza. Tavoli di formìca, qualche centinaio di metri più in là, sotto la luce fioca di un tramonto di maggio che va a soccorrere le lampadine a basso voltaggio di una insegna presa in affitto.
Nessuno.
Solo gli scogli protesi verso l'alto, quasi a scongiurare il gesto, quasi a supplicare un ripensamento. Ma è buio: il buio sospende tutto. Non c'è nulla, nel buio, che possa cambiare. Tutto è immobile.
La stampa portoghese diede ampio risalto all'avvenimento. Tante foto, tanta gente. Il suo corpo esposto, ridicolizzato, violentato. Furono chiamati i suoi parenti. Caldo. Insetti. Volute di fumo, infradito, polvere, lacrime. Tanta gente. Bambini, figli di curiosi, mangiano pop corn, osservando svogliatamente il luogo della tragedia. Sibili di lattine, walkman. Caldo. Polvere, lacrime. Bisbigliati scambi di parole. Non più pescherecci, ma yacht d'alto bordo, con signorotti sulla poppa a fumare sigari cubani e scrollare la testa, con la curiosità morbosa anfrattata dietro alla commiserazione. Lei non amava la gente. Se solo lo avesse immaginato.
Riprovo a suonare il campanello.
Nessuno.

Le otto e mezza. Forse questa sera Guido è terribilmente impegnato. Mi avvio a piedi verso la stazione Brignole. In prossimità di piazza De' Ferrari mi si apre davanti agli occhi uno spiraglio di cielo stellato. Meno male. Uno, due, tre…

domenica 12 marzo 2017

Donne altrimenti amate



Ore 15.30: Chiavari, Piazza della Madonna dell’Orto.
Passa una donna elegante, molto elegante. Sa di essere osservata. Accentua l’ancheggiamento. Poi incontra quella che sembra essere una sua amica; forse è solo una conoscente. Si soffermano a parlare. Parlano in modo sommesso, guardandosi continuamente intorno. No, non c’è complicità. Sembrano insofferenti alla fermata costretta e inaspettata. Il cellulare di una delle due trilla con una buffa musichetta sincopata. Poi si staccano con un gesto svogliato. Lei riprende ad ancheggiare fino a sparire dietro la piazza.
Ore 15.41: un uomo osserva l’interno della sua ventiquattr’ore. Una bella borsa di cuoio. Fatta artigianalmente, probabilmente in qualche conceria di uno sperduto paesino della campagna toscana. È consunta e vissuta. Sta per due minuti abbondanti in una posizione innaturale: con la gamba destra alzata in modo tale da formare con il tronco un angolo di novanta gradi. Un fenicottero metropolitano. Non trova ciò che cercava all'interno della borsa. Il viso si contrae in un’espressione di rabbia mista a costernazione. Appoggia la gamba destra fino a farla toccare il suolo. La borsa è ancora aperta, qualche foglio bianco fa capolino dall’orlo trapuntato. Un post-it di color giallo sfugge dall'ellisse formata dai due lembi della cerniera e plana sul selcio (sembra una farfalla). Cerca con gli occhi un bar, una pasticceria, un caffè; una sosta per riordinare le idee. Scorge il bar Pippo, di fianco alla cattedrale. È incerto se entrare o tirare avanti. Poi prende coraggio ed entra nella luce.
Ore 16.11: ripassa la donna elegante. Ha un paio di borse di plastica aggrappate alle dita oramai esangui. La prima è griffata da una gastronomia del carruggio. È mezza vuota: cibarie per due, forse tre persone. Forse per lei e la figlia, oppure per lei e il marito. Sorregge quella borsina di plastica trasparente con distacco per niente malcelato. Le pesano le faccende domestiche; l’apparecchiare la tavola, lo sbarazzare, il riordinare: il dovere in qualche modo servire un’altra persona. Sogna una vita da signora con domestica e giardiniera, vacanze al mare e settimane bianche, parrucchiere ed estetiste: benessere. L’altra borsa è di carta fine, colorata. Appena visibile la ragione sociale della ditta, una boutique di grandi firme, nascosta in una stradina secondaria, tra il pescivendolo ed il ferramenta. Niente di voluminoso all’interno: una camicetta, una gonna di lino purissimo, forse un completino intimo. Questa borsa è messa a coprire l’altra, quella di plastica riciclabile e finissima di spessore. La ragione vera dello shopping deve essere ben in vista. Attraversa disinvolta la piazza nella parte più centrale dell’emiciclo, come a calpestare un’invisibile passerella. È contrariata dal fatto che nessuno si volti a guardarla. Gli anni passano, anche per lei. Ma lei non si rassegna. Improvvisamente si slaccia anche il quarto bottone della camicetta che spunta sotto la pelliccia ecologica. Ancheggiando scompare dietro la sagoma di un autobus in sosta.
Ore 16.38: spunta una ragazza grassoccia dall’angolo della piazza che dà sulla canonica. Cammina sfiorando i muri, saltellando, ogni tanto, per evitare qualche rifiuto organico animale. I capelli raccolti a metà della nuca, la peluria nascosta dal bavero della giacca rialzato. Tiene gli occhi in basso, fintamente assorta, riuscendo ad eludere tanto gli occhi dei passanti quanto le merde spalmate per terra. Va verso la cattedrale. Sgancia qualche spicciolo ai questuanti appostati davanti all’ingresso. Si ferma anche a parlare con loro. Fa come un cenno di ringraziamento in risposta a un ipotetico complimento. Solo qualche secondo però. Ha fretta, una fretta maledetta. Si stacca da quel dialogo e entra nella cattedrale.
Ore 16.42: rientra in scena l’uomo della ventiquattr’ore. Esce dal bar con il viso paonazzo. Ha in mano un foglio, ben stretto dai due lati, tra il pollice e l’indice della mano sinistra. Non vuole rovinarlo, è troppo importante. Appoggia la borsa su un tavolino all'aperto. Cerca una carpetta per preservare il foglio da potenziali spiegazzamenti. Ha l’espressione soddisfatta di chi ha trovato ciò che ha cercato dopo essere stato quasi certo di averlo perso per sempre. Si guarda per un attimo la punta delle scarpe di gran classe che indossa. Scarpe inglesi, finemente rifinite e comode come un guanto. Prima di prendere la via dei parcheggi custoditi si sbarazza di qualche briciola di tramezzino vellicando con la punta delle dita il loden blu. Forse era forfora.
Ore 16.45: la ragazza grassoccia esce dalla cattedrale. Sembra impaurita. Prende la via laterale che conduce alla canonica. Affretta il passo fino a raggiungere l’intensità del trotto. Non si accorge nemmeno del saluto caloroso che prova a rivolgerle un prevosto appena uscito dalla libreria delle Paoline. Qualche ciuffo di capelli esce dallo chignon. Il bavero si affloscia. Se ne accorge e lo rialza, prima di scomparire tra il buio della viuzza.
Ore 16.48: spunta la donna elegante. Non ha più le borse tra le mani. Ora ha una valigetta nera, di quelle impermeabili. Ripercorre la piazza, però questa volta sceglie di perimetrare il tragitto, scegliendo il percorso più nascosto. Per un attimo si anfratta dietro le colonne del porticato della cattedrale. Riappare pochi istanti dopo, proprio di fianco alla statua del Papa che veniva dall'Est. Pochi passi ed è inghiottita dalle porte del bar Pippo. Sceglie un tavolo visibile anche dall’esterno. Ordina, si siede. Apre la valigetta, raccatta qualche cosa per terra. Sorseggia l’aperitivo facendo tintinnare il ghiaccio. Un giovanotto seduto un tavolo più in là ammira il suo decolté con occhiate lunghe e profonde. “Sono ancora una bella donna”, pensa lei. È soddisfatta; il compiacimento traspare dagli occhi leggermente bistrati. Improvvisamente si alza, lasciando il bicchiere - un tumbler - a metà. Non tocca i salatini, ma fa incetta di patatine, prima di uscire dalla porta laterale, proprio di fronte all’entrata secondaria della cattedrale. Il giovanotto pensa che ha perso una buona occasione e si rituffa nella birra media.
Ore 16.50: la Volvo del signore grassoccio si ferma davanti alla cattedrale. È parcheggiata in doppia fila, le quattro frecce illuminate. Esce dalla macchina con una velocità inattesa e insospettabile. Rallenta il passo appena sale il gradino marmoreo dell’andito della cattedrale. Si è accorto di attirare gli sguardi dei passanti. È senza cappotto. I bottoni della camicia sollecitati al limite della sopportazione meccanica dall’adipe prorompente. La cravatta, una regimental nera e gialla, allentata all'altezza del collo taurino. Prima di entrare nella cattedrale allontana con rabbia la mano del questuante.

Ore 17.20: l’uomo grassoccio esce con passo misurato dalla cattedrale. L’ultimo bottone della camicia è rientrato nell’asola. La cravatta aderisce perfettamente al collo. Una cravatta di gran classe, modellata da una sartoria toscana. La lingua di stoffa gialla e blu nasconde il lavoro immane dei bottoni ventrali. Con passo deciso e cadenzato si avvia alla portiera della vettura. L’apre e si accomoda. Non si accorge nemmeno della contravvenzione strozzata nel tergicristallo. Gli ammortizzatori si assestano, soddisfacendo la nuova taratura della vettura. La macchina imbocca il carruggio laterale. Si ferma poco dopo, all’altezza dell’entrata laterale della cattedrale. Sale una seconda persona, nascosta dall’ombra disegnata dal perimetro dei muri. La macchina sgomma e se ne va, dopo aver evitato il contatto tra i pneumatici e il rivolo di sangue che esce dal portone della casa a fianco.

sabato 11 marzo 2017

Killian



The Sun – 7 agosto – pagina 5

LONDRA, GIOVANE DONNA
MASSACRATA CON UN TROFEO

Faceva la cameriera in un noto ristorante di Ealing Braodway, Sophie Lazard, 28 anni, cittadina francese da anni residente a Londra. Il corpo senza vita della ragazza è stato rinvenuto da un giovane che faceva jogging nel parco del quartiere occidentale di Ealing Common. La vittima viveva con una connazionale – anch'essa impiegata nel campo della ristorazione – a Whitehall Gardens, poco distante dal posto dove è stato trovato il suo corpo senza vita. Sul luogo sono intervenuti gli uomini del reparto scientifico di Scotland Yard che hanno transennato la zona orientale del parco. Durante la conferenza stampa che si è tenuta nel pomeriggio di ieri, gli investigatori hanno dichiarato che la giovane donna è stata percossa più volte alla testa con un oggetto contundente che è stato trovato vicino al cadavere.
In tarda serata è stato effettuato il fermo di un sospettato del feroce assassinio. Si tratta di un trentenne irlandese, che in passato ha avuto una relazione con la vittima. L'uomo è attualmente rinchiuso nel carcere di Belmarsh. Maggiori dettagli nel numero di domani.

            Il corpo di Sophie fu trovato la mattina del sei di agosto nella zona Est del parco di Ealing Common. Aveva il cranio fracassato. C'era sangue dappertutto e della roba bianca e gelatinosa che chiazzava il prato. Era materia cerebrale. Il cervello di Sophie.
Gli investigatori di Scotland Yard, intervenuti sul posto, dissero ai giornalisti che la calotta cranica della ragazza francese era stata polverizzata da un corpo contundente. E che bella scoperta, pensai, mica poteva trattarsi del gambo di un tulipano olandese. Fatto sta che il giorno dopo la morte di Sophie i bobbies si presentarono a casa nostra – mia e di Killian -, dissero qualcosa al mio coinquilino e gli imprigionarono i polsi con una fascetta di plastica dura, una di quelle che da noi, in Italia, usano solo gli elettricisti per legare i fili. Ora Killian è nel carcere di Belmarsh e mi sa che a Windsor Road, dove abitava con me, per un po' non si farà vedere. Ogni due giorni vado a trovarlo, perché, a Londra, lui non ha amici né parenti. Dice che i suoi amici li conserva a Belfast, ma loro non hanno voglia di prendere l'aereo o il traghetto, scendere a Londra, prendere la metropolitana sino a Liverpool Street, poi il treno fino a Barking e poi il cab, stare lì nel parlatorio per un'ora scarsa e tornarsene indietro. E poi i suoi amici non amano venire a Londra, per via dell'odio che intercorre tra irlandesi e inglesi.

        Dei suoi genitori meglio non parlarne. Il padre si trascina, ubriaco, da un pub all'altro di Cork, cittadina dove ora abita dopo aver lasciato moglie e figli quando Killian non aveva ancora dieci anni. Quando ancora abitava con loro, a Derry, arrivava barcollante a casa dal pub e, puntualmente, riempiva di calci e pugni e sputi la moglie e loro figli. Era sorprendente come Killian raccontasse di quelle incredibili violenze senza alcun sussulto emotivo, credendo, forse, che cose di quel genere fossero naturali come il corso del fiume Shannon. Ma lui lo difendeva, suo padre, diceva che io non posso capire, “non puoi capire che cosa voglia dire perdere due figli in due anni. Tutti e due presi dal Signore nel sonno. Perdere un figlio è già un dramma, figurati perderne due”. Io stavo zitto perché quella cosa, effettivamente, mi metteva in subbuglio lo stomaco da quanto era terribile. “Perdere un figlio è una tragedia, tanto che nemmeno l'uomo è riuscito a darle un nome, a questa tragedia. Se perdi un padre o una madre ti dicono che sei orfano, se perdi la moglie o il marito sei vedovo o vedova. Ma sei perdi un figlio non ti dicono niente, perché non c'è una fottuta parola che riesce a esprimere tutto il dolore che si prova. Quando dici che hai perso un figlio, la gente si toglie il cappello, ti dà una pacca sulle spalle e si fa il segno della croce. Punto”.
La madre quando ha saputo che era stato arrestato, l'aveva insultato a morte, non tanto perché accusato di un crimine orrendo, ma perché lei faceva affidamento sulle cento sterline che Killian le spediva ogni settimana e ora con tre figli piccoli da crescere come avrebbe fatto, “disgraziato che non sei altro che assomigli ogni giorno di più a quel fottuto ubriacone di tuo padre”, gli aveva urlato tra una boccata di Wild Woodbine e il pianto di un neonato.
Killian parlava spesso della sua infanzia. Quando qualcuno gli chiedeva come fosse nascere e crescere in Irlanda lui scrollava le spalle e rispondeva che l'infanzia in Irlanda è la peggior infanzia che un bambino possa passare. Poi sbottava e parlava di gente che si vanta di continuo o che si lamenta delle tribolazioni patite, povertà. Padri alcolizzati e buoni a nulla e madri pie e derelitte che gemono al loro fianco. E poi preti boriosi, maestri arroganti e maneschi. “E c'è una fottuta umidità che ti entra nelle ossa quando nasci e se ne va quando vai al Creatore – spiegava -. Ecco perché se arrivi a quindici anni in salute puoi ritenerti fortunato”. L'argomento si chiudeva sempre con gli inglesi e le cose tremende che hanno fatto loro per ottocento lunghi anni. Ma lui amava visceralmente l'Irlanda – e questo è un mistero insondabile.
Killian continua a dire che lui non c'entra nulla con la morte di Sophie e ha ragione perché lui non farebbe male ad una mosca. Il guaio è che Killian è un cretino, tanto cretino che chiunque può addossargli qualsiasi colpa.
Lui non comunica con nessuno in carcere: né ai compagni di cella, né agli investigatori, né agli inquirenti. Dice che non riconosce la giustizia inglese e pretende di essere giudicato da gente irlandese, perché pensa che questo sia tutto un complotto ai danni di un cattolico come lui da parte di “questi fottuti protestanti”. Scambia solo qualche parola con il prete, che guarda caso, è irlandese. Lo ha chiesto espressamente, del resto: niente pastori protestanti. Parla con me, naturalmente, quando lo vengo a trovare, ogni due giorni. Ho parlato con il manager del magazzino dove lavoro - e dove lavorava anche Killian -, gli ho spiegato la situazione e lui ha capito. Così ogni due giorni mi dà il pomeriggio libero e io vado a Belmarsh, a trovarlo.
Il carcere è in una zona piena zeppa di casermoni che sembrano osservarti come persone gravemente malate di mente. Prima di entrare nel carcere mi faccio una pinta allo Swan. Il proprietario si chiama semplicemente Bob – “Bob il pelato” per i clienti abituali - e sosta sempre sotto ad una sua foto in bianco e nero in attesa delle ordinazioni. L'istantanea lo ritrae solo e lungochiomato in una non meglio specificata località sulla Route 66 – piede sul paraurti di una berlina anni '50, sigaretta all'angolo della bocca, giubbotto di pelle nera, braccio attorno al collo di una avvenente bionda -. Quella foto è il suo talismano. Quella foto dice a tutti che, per quanto in basso possa cadere, un giorno lui è stato quell'uomo. E ha avuto quella donna.
Quando gli urlano di servire una pinta, si stacca dal pilastro che sorregge la foto incorniciata e mesce lentamente la birra. Poi si mette al lavandino e sciacqua i bicchieri con l'occhio fisso allo schermo che trasmette continuamente episodi del telefilm Cracker. Quando qualcuno, nel mentre, distoglie la sua attenzione dal faccione di Robbie Coltrane, lui grugnisce la solita frase: “Che cazzo di fretta hai, ragazzo? Sei nato al primo dolore, eh?”. Penso che Killian si troverebbe bene in quel locale.
Quando vennero a prelevarlo, Killian non disse nulla. Si continuava a scarruffare la zazzera rossa e si strofinava gli occhi fino a farli diventare gonfi come due biglie da biliardo. L'unica cosa che disse fu che lui non c'entrava proprio nulla con la morte di Sophie. 

Ma dicono tutti così, innocenti o colpevoli che siano. Gli sbirri, naturalmente non gli credettero e gli misero i braccialetti di plastica.
Non gli sembrava vero, ai poliziotti, di aver risolto in quarantotto ore un caso così sanguinolento. Vicino al corpo di Sophie – o a quello che ne rimaneva – c'era anche l'arma del delitto: una coppa d'argento con il piedistallo in marmo che Killian aveva vinto ad un torneo di freccette. C'era inciso l'anno – 1996 -, il luogo – Mill Hill Pub, Acton Town -, il gradino del podio – secondo classificato -, e la persona che aveva vinto il trofeo – Killian Mc Cormork -. Voilà, il gioco è fatto.
Sophie e Killian avevano appena troncato una relazione burrascosa che durava da cinque anni. Io stesso, mio malgrado, dovetti confermare ai poliziotti quello che i vicini avevano appena dichiarato, ovvero che negli ultimi tempi Killian e Sophie litigavano violentemente.
Dunque: movente, arma del delitto e tracce di sangue su pantaloni e scarpe del principale indiziato. Caso risolto: fascette di plastica ai polsi. Una continuità logica incontrovertibile, nessuna dissonanza, zero forzature. Solo un cruccio per gli investigatori: perché Killian si ostina a non confessare, perché non crolla? Anche l'avvocato d'ufficio lo spronava a mostrarsi collaborativo, in quanto un atteggiamento accondiscendente gli avrebbe valso un notevole sconto di pena. Ma lui niente, si ostina a dichiararsi estraneo ai fatti. È un cretino, lo avevo detto io.
Le nuvole accendevano e spegnevano la luce del sole aldilà delle finestre del parlatorio. Anche il secondino - che stava lì per controllare chissà cosa -, era come ipnotizzato da quella luce intermittente. Puntuale, arrivò anche la pioggia, suonando contro i vetri una musica sincopata. Killian guardò oltre i vetri e indietro nel tempo. Il suo viso è indurito dai giorni passati in carcere e dai posti in cui aveva lottato per sopravvivere. Penso che il carcere di Belmarsh non fosse il posto peggiore in cui gli era toccato vivere.

Quel martedì era di guardia un poliziotto irlandese con cui Killian aveva fraternizzato immediatamente. Ci permise addirittura il lusso di fumare una sigaretta vicino all'uscita di sicurezza. Killian fece planare la cenere della sigaretta in un bicchiere di plastica con il fondo bagnato, finché la brace non arrivò ad essere un punto rosso. Ad un certo punto mi disse: “Sai che cosa è che mi manca di più ora, in questo momento, amico?”. Pensai a Sophie o ai fratelli o alla verde Irlanda o chissà altro. “La serata al pub con una pinta di birra davanti”, disse invece. Killian era sciocco e penso che immaginasse che una sbornia in un pub potesse finalmente farlo uscire di lì. A lui piaceva quel micromondo: sconosciuti che giocano a flipper o a biliardo mentre si fanno una birra con il sorriso sulle labbra. Tutto l'anno stringono i denti, servono i tavoli di qualche ristorante italiano, contano le mance, scopano puttane o provocano i gay e non gli piace nulla di tutto questo, ma sanno che la loro fortuna è averlo. Non possono scappare o bere fino a tirarsene fuori. Devono solo morire per liberarsi di tutto. O finire in una cella, per rimpiangere tutto. In questo senso il carcere di Belmarsh per Killian fu una liberazione e il sangue di Sophie una redenzione.
Killian non risultava simpatico al primo incontro. Soprattutto con chi veniva da fuori il Regno Unito. Anche un giapponese si sarebbe accorto che lui era irlandese, visto che aveva un accento spesso come un campo di patate. Appena apriva bocca tutti lì a dire che l'Irlanda era bella e verde ma era anche poverissima e chissà che infanzia travagliata che hai avuto, povero ragazzo. Se non avessi questa zazzera rossa e l'accento potrei anche essere un inglese di Brighton, mi spiegava, e non dovrei sciropparmi tutti questi studentelli che mi tormentano con Yeats e Joyce e il rinascimento letterario irlandese e che bel paese che è l'Irlanda anche se è pieno di preti che porteranno l'Irlanda all'azzeramento demografico a causa della repressione sessuale puritana. E tu, come ti chiami? Ah, Killian, ma che nome strano, e tu Killian, allora che ne pensi a proposito, eh? Secondo me, hai ragione, rispondeva. A tutte le seguenti affermazioni, si limitava ad annuire senza aggiungere nulla perché, come diceva la mamma di Killian, annuire è come strizzare l'occhio ad un cavallo cieco. Dopo un po' le persone capivano il giochetto e se ne andavano, portandosi con sé un giudizio sul popolo irlandese tutt'altro che benevolo.
Una sera quando tutti quegli studentelli erano usciti, Killian si issò sullo sgabello, con un gesto reclamava il silenzio e poi iniziò:

Essere, o non essere, questo è il dilemma:
se sia più nobile nella mente soffrire
i colpi di fionda e i dardi dell’oltraggiosa fortuna
o prendere le armi contro un mare di affanni
e, contrastandoli, porre loro fine? Morire, dormire…
nient’altro, e con un sonno dire che poniamo fine
al dolore del cuore e ai mille tumulti naturali
di cui è erede la carne: è una conclusione
da desiderarsi devotamente. Morire, dormire.

Nel pub vi fu un attimo di silenzio. Qualcuno si schiarì la voce. Killian ripeté di nuovo i versi, questa volta con un tono di voce più soffuso e completamente privo di accenti. Poi continuò.

Dormire, forse sognare. Sì, qui è l’ostacolo,
perché in quel sonno di morte quali sogni possano venire
dopo che ci siamo cavati di dosso questo groviglio mortale
deve farci riflettere. È questo lo scrupolo
che dà alla sventura una vita così lunga.
Perché chi sopporterebbe le frustate e gli scherni del tempo,
il torto dell’oppressore, la contumelia dell’uomo superbo,
gli spasimi dell’amore disprezzato, il ritardo della legge,
l’insolenza delle cariche ufficiali, e il disprezzo
che il merito paziente riceve dagli indegni,
quando egli stesso potrebbe darsi quietanza
con un semplice stiletto?

Killian si rese conto che stava trattenendo il fiato – come tutti quelli che erano nel locale, del resto -. Espirò dolcemente, sentendo con chiarezza i polmoni che rilasciavano l'aria. Distolse lo sguardo dalle barbe malfatte degli avventori del pub e si concentrò sul soffitto.

Chi porterebbe fardelli,
grugnendo e sudando sotto il peso di una vita faticosa,
se non fosse che il terrore di qualcosa dopo la morte,
il paese inesplorato dalla cui frontiera
nessun viaggiatore fa ritorno, sconcerta la volontà
e ci fa sopportare i mali che abbiamo
piuttosto che accorrere verso altri che ci sono ignoti?
Così la coscienza ci rende tutti codardi,
e così il colore naturale della risolutezza
è reso malsano dalla pallida cera del pensiero,
e imprese di grande altezza e momento
per questa ragione deviano dal loro corso
e perdono il nome di azione.

L'atmosfera si ruppe a causa di un sonoro rutto di un presente. Ehi, mangiapatate, tu che ce l'hai tanto con noi, come ti permetti di declamare i versi di un inglese? Killian lo fulminò con un'occhiata poi disse che i geni non hanno nazionalità, che sono patrimonio del mondo intero. “E tu allora sei solo un fottuto irlandese del cazzo”. Andarono fuori e risolsero la faccenda a suon di pugni finché io e il barman turco non li separammo.
Riuscii a portarlo verso casa dopo vari tentativi infruttuosi. Durante il tragitto continuava a parlare di Shakespeare e del miele che sentiva in bocca ogniqualvolta recitava i suoi versi. Mi spiegava che tutto quello che aveva imparato su di lui, l'aveva fatto al pub, perché là dentro, diceva, c'è gente che non ha mai imparato a scrivere perciò doveva imparare tutto a memoria.

Io voglio bene a Killian, abitiamo nello stesso appartamento, usiamo lo stesso bagno, lavoriamo nello stesso merdosissimo magazzino di Greenford, prendiamo tutte le mattine la stessa carrozza della Central Line e torniamo in autobus, perché prima di rincasare ci facciamo un paio di birrette al Fox & Goose di Pittshanger Lane che è proprio vicino alla fermata dell'autobus che ci porta a casa. È in quel pub che sono iniziati i primi problemi tra Sophie e Killian. Io riuscivo a fermarmi dopo la seconda pinta e rincasavo da solo. Lui, invece, no.
Killian avrebbe voluto essere più forte, mi disse, voleva dire no quando in magazzino qualcuno gli diceva di andare al pub e di farsi una birra, una birretta sola e poi basta. Doveva dire no, soprattutto quando aveva un appuntamento con Sophie per andare al cinema o a mangiare il pesce con le patatine. Certe volte la chiamava dopo decine di pinte dicendole che, sì, era in ritardo, ma la colpa era del boss che con la storia dei saldi a Regent Street aveva bisogno di straordinari e lui come faceva a dire no, eh? Ma lei capiva al volo; lo capiva dalla lingua che si attorcigliava sulle parole più banali e più raccontava balle e più si incazzava. Alla fine non la chiamava nemmeno, non andava e basta. Tanto valeva bisticciare solo una volta, diceva.
Poi un bel giorno di estate, Sophie gli dice che è inutile che si faccia vedere perché lei si era messa con altro, che si era fidanzata in casa e porta al dito un anello che gli ha regalato lui, il nuovo fidanzato. E dicendoglielo rideva con quella voce da troia che avrebbe fatto incazzare anche un santo. Al telefono non voleva più parlargli e quando bussava alla sua porta non voleva aprire. Killian le chiedeva solo di starlo ad ascoltare un momento, cinque minuti potevano bastare per spiegarle che lui era cambiato, che si era ravveduto, e voleva vivere in maniera dignitosa. Basta ingozzarsi con pane imburrato e patatine fritte, basta birre, basta sigarette. Le avrebbe detto anche il suo progetto, che consisteva nel rimettersi a studiare per prendere una laurea che gli avrebbe permesso di andare a lavorare in giacca e cravatta e di lasciare perdere quel magazzino puzzolente di Greenford. Perché, in fondo, gli mancavano solo tre esami alla laurea di Lettere e una volta preso l'alloro sarebbe stato facile come un bicchiere d'acqua trovare un posto come insegnante di inglese in qualche cazzo di scuola di Londra. Ma lei non voleva fargli mettere un piede in casa e il barluccichio dell'anello lo mandava talmente in bestia che, mi disse, avrebbe voluto buttare giù il muro a forza di pugni, buttarsi ai suoi piedi e strapparsi i capelli, lì davanti a lei. Non aveva voglia di tornare alla vita di prima, alle camere in affitto, ai bagni in comune, alle serate alcoliche, alla polvere del magazzino in quel quartiere di merda, mentre il resto del mondo, Sophie e il suo nuovo fidanzato compresi, facevano la loro bella vita pulita, tutti felici e sorridenti con i loro denti bianchi e la messa alla domenica mattina. Voleva che Sophie lo lasciasse entrare anche solo cinque minuti, per parlare insieme a lei del loro futuro, di quando avrebbe avuto un lavoro da professore in giacca e cravatta nella City, di quando avrebbero abitato nella loro casa in zona 1 e lui sarebbe stato, finalmente, salvo dal mondo e dalle tentazioni. Ma lei non lo fece più entrare nella sua casetta di Acton Town. Aveva un impegno, diceva, la troia. Doveva vedersi con una persona e Killian sapeva che si trattava del suo nuovo fidanzato. Chiese se era già arrivato e lei gli rispose di no, ma lui sapeva che quello stronzo era in casa e si mise a gridare che voleva vederlo a tutti i costi e che lo voleva stendere come il bucato, quel rotto in culo. Ma lei gli sbatté la porta in faccia con tutta la forza che le sue braccia le potevano permettere e lui se ne stette un po' lì, seduto sul marciapiede con la testa tra le mani e riflettere sul perché la sua vita fosse una catena ininterrotta di porte chiuse in faccia. Si incamminò verso la metropolitana e entrò in un pub pensando a Sophie e al suo nuovo fidanzato che a quell'ora stavano bevendo un te alla menta con pasticcini, ridendo sulla figura di merda che quell'irlandese ubriacone aveva fatto, tutti e due puliti e sani, niente alcol, niente sigarette e no, niente fritto che fa male al fegato. Sapeva perfettamente che Londra è pieno di quelle persone che si erano riusciti a salvare perché al momento giusto avevano detto; no, grazie, niente birra, nemmeno una e poi basta. Ma sapeva anche, mi spiegava, che Sophie voleva solo lui e che probabilmente in quel preciso istante si stava annoiando a morte a sentire le storielle del cazzo del suo nuovo fidanzato. Era sicuro che prima o poi si sarebbe rimessa con lui, se fosse stato in grado di dire no alle birre scure, al pesce fritto, alle patatine, al magazzino. Era sicuro di avere ancora una possibilità, perché, cristosanto, una possibilità non si nega a nessuno. Ora stava solamente a lui, pensava. Però non gli andava il pensiero di lei che andava a letto con il suo nuovo fidanzato, con quelle sue manacce da pervertito sul corpo di Sophie.
Tutte le mattine io e Killian ci svegliavamo alla solita ora – le sei e trenta – e bevevamo lo stesso té che Killian prendeva in una bottega di East Acton. Una volta alla settimana, lui, per colazione versava una lattina di Guiness in un boccale e gli rompeva dentro due uova, perché “nelle uova c'è tutto quello che ti serve e nella birra tutto quello che vuoi”. Io voltavo la faccia dall'altra parte perché altrimenti vomitavo.

Quando entravamo nella stazione della metropolitana l'aria era satura dei berci degli studenti, tutti eleganti nelle loro divise grigie e blu e le loro belle cartelle di pelle. Lui mi diceva che nella scuola statale che frequentava in Irlanda, c'erano cinque professori, ognuno dei quali aveva in dotazione una cinghia di cuoio, una verga e una bacchetta di prugnolo. Con la bacchetta lo picchiavano sulle spalle, sulla schiena e, soprattutto, sulle mani. Lo facevano quando arrivava in ritardo (quasi sempre), se aveva un pennino che sgocciolava (sempre), se rideva (quasi mai) e se non sapeva una cosa (solo una volta, con un verbo irregolare latino). Lo bacchettavano anche se non trovava una risposta soddisfacente alla domanda sul perché Dio avesse creato il Mondo e se non si ricordava il santo patrono del paese. La cinghia veniva usata solo in caso di reiterazione: ovvero ogni quattro bacchettate. Lui, mi disse, la cinghia l'aveva assaggiata dal maestro di aritmetica perché non gli entrava in testa quanto facesse diciannove più trentotto (bacchettata), quanto facesse trentotto meno diciannove (seconda bacchettata), la metà di cinquantatré (terza bacchettata), trentanove diviso tre (cinghia). Qualche difficoltà l'aveva anche quando gli chiedevano di dire il suo nome in irlandese o quando lo interrogavano sui capoluoghi e i prodotti delle trentadue contee dell'Irlanda oppure quando gli schiaffavano davanti la cartina geografica e gli intimavano di segnare con un dito il territorio della Bulgaria.
Poi mi guardava e mi chiedeva se succedevano cose simili anche da me, in Italia. Io ero tentato di raccontargli di quella volta che il professore di italiano mi aveva tolto due voti dal tema perché mi accusava (ingiustamente) di aver copiato o di quella volta che l'insegnante di latino mi aveva mandato fuori dalla porta perché mi aveva sorpreso a leggere durante la sua noiosissima lezione un libro di Pavese, ma intuivo che non era proprio il caso. Allora mi divertivo ad inventare di sana pianta episodi sanguinosissimi (accoltellamenti durante la ricreazione), soprusi incredibili (uno studente del quinto anno sodomizzato da un professore di colore perché dimenticò una strofa di una poesia di Leopardi), vessazioni inenarrabili (bidelli che ti obbligavano a pulire i cessi con uno spazzolino da denti e poi, subito dopo, a pulirti i denti con il medesimo). Lui strabuzzava gli occhi e esclamava: “Fuckin' hell, ma allora queste cose non succedono solo in Irlanda”. Killian era così, potevi fargli bere di tutto.
Difficilmente parlavamo quando erano seduti sui sedili della carrozza della metropolitana. Eravamo tutti e due immersi nelle pagine del Sun: Killian era impegnatissimo nella risoluzione del cruciverba, io studiavo la pagina sportiva, sezione football. Ogni definizione lui staccava la penna dalla pagina e se la metteva in bocca, puntava gli occhi verso il soffitto e si scarruffava la zazzera. Ogniqualvolta ne azzeccava una che lui riteneva particolarmente impegnativa me la leggeva ad alta voce e mi guardava con sguardo interrogativo. Al mio inevitabile silenzio lui rispondeva con la solita affermazione: fottuti italiani, voi pensate solo a mangiare la pizza e guardare il calcio, pensate a leggere qualche libro e a scopare qualche donna, invece. Poi rideva, mi sbatteva in faccia la donnina nuda della prima pagina e si rimetteva sul cruciverba.
Al mercoledì non compravamo il giornale, nessuno dei due. Andavamo alla ricerca del professor Redcliff - “Winston Redcliff, per servirla” -. A vederlo sulla carrozza della metropolitana dava l'impressione di essere un docente universitario oppure il titolare di una studio legale. Dava questa impressione anche se era negro, o nero o coloured – come si diceva negli ultimi tempi. Ma era il segretario di redazione di un quotidiano locale. Ogni mercoledì portava un completo giacca pantalone e gilet diverso, con cappello abbinato. Metteva camicie con il colletto rigido o tenute ferme con una spilla da cravatta d'oro. Anche orologi e anelli erano d'oro, ma elegantemente fini. L'abbigliamento non trasudava ricchezza, ma faceva intuire semplice buongusto. Gli homeless lo adoravano perché ogni volta lasciava loro generose mance, quando comprava il Big Issue. Sfogliava il Times sino alla stazione di West Ealing e le sue dita spuntavano fuori da piccoli guanti in pelle che andavano da sotto il polso a sopra le nocche. Ci raccontava spesso dei suoi viaggi a Milano o Salisburgo e delle opere liriche che là andava ad ascoltare. Quando parlava di Maria Callas quasi piangeva: divina, diceva, era divina. Mi posava la mano sulla spalla e mi supplicava di non morire prima di aver assistito ad una prima alla Scala. Era l'unico che riusciva a far star zitto Killian quando si parlava di musica. Vedi Mc Cormack, diceva, tu mi preoccupi, dici che ti piace tanto la musica e poi se ti dico Charlie Parker, tu apri la bocca e scrolli la testa. Charlie Parker, bello mio. Hai presente Mozart? Beh, è la stessa cosa. Voi irlandesi siete brava gente, ma arrivate sino a lì. Il jazz è il padre di tutta la musica moderna. Hai capito? Afferri il concetto? Killian si ritirava sul seggiolino sino a diventare piccolo come un bambino. Voi irlandesi non andate mai al nocciolo del discorso, è questo il problema, continuava appoggiando il Times sulle ginocchia, è per questo che non avete nemmeno un filosofo, invece di teologi da bar e di avvocati tagliagole ne avete a bizzeffe, svegliati un po' Mc Cormack che fai ancora in tempo.
Un giorno riuscimmo a strappargli un appuntamento dopo il lavoro. Passammo la sera da un locale all'altro di Kentish Town, lui sempre vestito impeccabile che sembrava un lord. Finché arrivammo in un pub dove uno spilungone con il cappello da cowboy in testa soffiava al microfono quasi avesse un colloquio privato con quell'aggeggio. Quello è Long John, fece il Professore sottovoce. Quella persona era stato fatto (da Dio, se esiste; da un lancio di dadi genetici se non esiste) per stare sul palco a cantare canzoni. Alla prima pausa Winston va dritto verso il palco, gli tende la mano e Long John Baldry si scioglie in un abbraccio. Quando si rimise al piano sciorinò un'eccezionale esecuzione di Walk Me Out In The Morning Dew al termine della quale guardò verso il Professore che rispose togliendosi il panama bianco e abbassando il capo. Quel cappello niveo andò a bucare il lago di tenebra che era il pub in quel momento – quel grappolo di folla buia nel buio. Il fumo azzurrognolo delle Silk Cut incrinava il cerchio perfetto del fascio di luce che inondava il mezzobusto di Long John.
Il bluesman lasciò il palco a cinque ragazzotti che cantavano musica anni '50. Iniziarono con una cover dei Danny and the Juniors, Rock and Roll is here to stay: tre o quattro voci che cantavano veloci in accordo su un piano martellante. Long John scrollò la testa e si sedette al nostro tavolo. Passammo buona parte della notte tra birra scura e storia del Blues.

Killian invece adorava gli U2 e quando stava in soggiorno ad ascoltarli sembrava matto: sempre a battere sul divano con due cucchiai di legno a tempo e a raccontarmi vita, morte e miracoli di quella band. Questo, mi diceva, è il più grande concerto di tutti i tempi. Sullo stereo girava un Cd, un bootleg realizzato nel 1984 e l'acme era raggiunto quando arrivava la batteria di Sunday Bloody Sunday. E sentilo, sentilo, mi diceva, sentilo Bono che sembra avere del velluto in bocca, e senti, senti ora Larry come entra con la batteria, e via con i cucchiai di legno che liberavano nuvole di polvere sedimentata nel tempo. Invece qua entra David, senti senti, che ci infila due acuti come per dire attenti che adesso voliamo, voliamo via lontani tutti assieme. E poi tutto il gruppo si scatenava, senti bello mio, senti, il pubblico che sta volando, tutti impazziti, bello mio, tutti partiti. I vicini tempestavano di pugni le pareti e allora Killian urlava di non rompere i coglioni che adesso è finita e che voi non avete mai sentito musica così, inglesi del cazzo. Il guaio è che quella versione di Sunday Bloody Sunday durava quindici minuti e trentasette secondi e alla fine c'era un assolo di David “The Edge” Evans che faceva tremare i vetri. E allora venivano a suonare al campanello e a battere i pugni alla porta sbraitando di finirla con quel bordello e che quello era solo rumore. Finito il pezzo Killian era sudato marcio, spegneva lo stereo e si metteva ad ascoltare la musica del vicino inglese. Di solito era Phil Collins: io e Killian battevamo il ritmo con un dito sulla coscia, senza muovere nemmeno un muscolo della faccia.
Quando Killian beveva non ricordava quasi nulla di quello che aveva fatto. Una sera bisticciò con un inglese. Si azzuffarono nel parchetto che c'era di fianco al Better Half. Killian prese una pietra con il chiaro intento di spaccargli la testa, ma io lo bloccai in tempo prendendomi anche uno schiaffo. Il giorno dopo non si ricordava nulla, tanto che quando la sera stessa incontrò l'inglese al bancone del pub, lo salutò cordialmente come se nulla fosse successo.
La sera della morte di Sophie, purtroppo io non c'ero a bloccargli la mano. Dopo la seconda pinta al pub rincasai, perché io mi so fermare al momento giusto e non voglio ritornare a casa a quattro zampe come solitamente succede a Killian da quando lo conosco. Eppoi avevo altre cose da fare, altre faccende da sistemare.
Io ero già in casa nell'appartamento di Windsor Road a farmi la doccia e a preparare la lavatrice. Tutto quel sangue di Sophie poteva creare qualche sospetto nella mente degli investigatori. E perché togliere la soddisfazione agli sbirri di risolvere il caso in due giorni? Anche Sophie era cretina e ci godeva a prendere in giro la gente con quel sorrisino da troia. Si era stufata pure di me e mi aveva promesso che avrebbe spiattellato tutto a Killian, così per il capriccio di far bisticciare due amici per la pelle. Forse, mi disse appena prima di fracassarle la calotta cranica, si sarebbe rimessa con lui, perché in fondo in fondo era ancora innamorata di quel cretino irlandese. Anzi, voleva andare a dirglielo personalmente al Better Half proprio quella sera; voleva arrivargli alle spalle, coprirgli gli occhi con la mano e schioccargli un bacio sulla bocca. Poi gli avrebbe detto che lui sarebbe stato il suo uomo per tutta la vita e che lo avrebbe anche sposato. Lo avrebbe obbligato a finire gli studi, a dare quegli ultimi tre fottuti esami di letteratura inglese e poi lo avrebbe aiutato a trovare un lavoro “in giacca e cravatta”. Avrebbe fatto i doppi turni al ristorante per permettergli di lasciare quel merdosissimo magazzino di Greenford e lo avrebbe ospitato a casa sua per risparmiare un po'. E tu togliti dai coglioni, mangiaspaghetti italiano che mi hai già rotto le scatole con il tuo football e la tua musica del cazzo. E vedi sparire da Ealing perché quando racconterò tutto a Killian non so se girerai per tanto tempo con tutta la tua testa di cazzo intera. Proprio non so, mi ripeteva con quel sorrisetto da troia sulle labbra.
È stato un gran gusto prendere quella fottuta coppa d'argento e spaccarle la testa. Aveva la tempra dura, Sophie, non ne voleva sapere di tirare le cuoia e allora il piedistallo di marmo è andato su e giù tre, quattro, cinque volte. Alla fine non rideva più con quell'aria da zoccola. Quella sera indossava un corpetto di un rosa tanto acceso da bruciare la retina. Glielo aveva regalato Killian anni prima, pensando di farle cosa gradita. Passammo tutto il giorno tra le bancarelle di Camden Town, poi alla fine scelse quel pezzo di stoffa catarifrangente. Lei, quando glielo diede, per prima cosa gli rise in faccia, poi lo buttò nel cesto della spazzatura. Anche quella sera litigarono violentemente. Fu la prima e l'ultima volta, mi disse Killian, che le mise le mani addosso – un buffetto o poco più, mi giurò. Certo che faceva uno strano effetto vedere quel pezzo di stoffa rosa shocking su un corpo pieno di sangue. Sembrava una bambola di pezza sporca di salsa di pomodoro.
Per fortuna che non è passato nessuno di lì; ma d'altronde non siamo in tanti ad abitare in Windsor Road e ancora di meno quelli che frequentano il Better Half. Dopo meno di un'ora è passato quello stupido di Killian. Era triste quella sera. Allora lasciava da parte le canzoni degli U2, la voce di velluto di Bono, tutti gli assolo di batteria e cantava tutte le ballate dell'Irlanda che soffre, quelle lagne inascoltabili di Kevin Barry e Roddy McCorley. Era arrivato all'ultima strofa proprio vicino a casa, di fronte all'abitazione di quel medico indiano. Sophie era lì. Ma lui manco se ne è accorto che quel mucchio di sangue era la sua ex ragazza – o quello che ne rimaneva – perché doveva finire di cantare quella lagna, che secondo me porta anche sfiga. Ma lui era tutto concentrato, manco dovesse cantare alla prima della Scala. Non si è accorto nemmeno del corpetto rosa, tanto era ubriaco. È salito in stanza ed è andato a letto vestito, con tanto di scarpe. Il gioco è fatto: facile, come bere un bicchiere d'acqua.

Ora basta, devo andare a Belmarsh per incontrare quel cretino di Killian.

sabato 28 gennaio 2017

Vertice al Quirinale, clamorose novità




Sergio Mattarella si pulisce le scarpe sullo zerbino, dà un ultimo sguardo ai platani sul Lungotevere e entra in casa. “Questa – pensa – è la casa del Presidente della Repubblica”.
Prende il tè fumante, fissa il poster di Gad Lerner e si accarezza, meditabondo, il mento.
Come ogni giorno, arriva il Presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni.
Anch’egli prende il té fumante, fissa il poster di Fabio Fazio e si accarezza, meditabondo, il mento.

I due amici si osservano con rispettosa famigliarità. Poi Gentiloni si siede di fianco a Mattarella e dice:
- Voi, Sergio, vivete in una casa essenziale, ma dignitosa -.
- È vero, Paolo, questa è la tipica casa di noi Presidenti: essenziale, ma dignitosa. So benissimo che anche voi, Paolo, vivete in una casa essenziale, ma dignitosa.
- Del resto, noi siamo italiani -.
- Già, Paolo, siamo italiani e viviamo in Italia in modo essenziale, ma dignitoso -.

I due amici bevono insieme in té fumante e guardano una replica dei programmi dell’accesso in bianco e nero.
Fuori cade una leggera pioggia. A Ponente, il sole deposita una fredda striscia di fuoco. Si odono, in lontananza, le note melanconiche di una canzone di Gabriella Ferri.
Trascorsa qualche ora, Paolo Gentiloni, rivolge nuovamente la parola all’amico.
- E Maria Elena Boschi?
- È di là che cuoce la zuppa di fagioli e ascolta una cassetta di Pupo.
- Perché, Sergio, ascoltiamo sempre musiche così meste?
- Perché Dio così vuole, Paolo.
- Sempre sia lodato.

Passa il tempo, l’immobile e sacro tempo in casa del Presidente della Repubblica. Mangiano la zuppa di fagioli preparata dalla devota Maria Elena. Paolo passa un paio di ore a disegnare curve pigre con il cucchiaio nella zuppa. In lontananza si avvertono urla di manifestanti e spari delle forze dell’ordine.
- Che cosa sta succedendo là fuori?
- Sia fatta la Sua volontà.
- Ora e sempre.

Verso mezzanotte Paolo Gentiloni doveva rincasare.
- Io devo rincasare, Sergio. Che faremo domani.
- Vengo io da te, Paolo.
- È mercoledì: passato di cavolo nero. Giusto?
- No. Domani vorrei una vellutata di piselli.
- Vellutata di piselli?
- Vellutata di piselli.

Paolo meditò qualche istante sulle parole dell’amico Sergio. Era già sulla soglia di casa, quando, stringendogli la mano, gli rivolse le parole di commiato, le stesse di ogni sera.
- Perché Sergio, dobbiamo romperci i coglioni tutti i giorni in questo modo?
- Perché Dio ha voluto che così fosse.
- Dio sia benedetto.

Paolo si avvia verso casa guidato dalla nenia di una canzone di Franco Battiato.
Così è finita la giornata dei due Presidenti...



giovedì 26 gennaio 2017

Rigopiano, i colori di una tragedia



Bianco è colore della morte, per una volta.
Azzurro è quello dei tanti soccorritori che si sono alternati in quella sfortunata landa per cercare (e per undici volte, a riuscire) di salvare vite umane.
Nero, ancora una volta, è quello dei tanti giornalisti (o presunti tali) che bivaccano nei pressi degli ospedali o sul luogo della tragedia o davanti alla casa delle vittime o addirittura nella chiesa dove si officiano le esequie funebri: un colore per cercare di descrivere come il dolore sia stato insultato con l’offesa più inutile. Quella di diventare merce. Merce rara e ricercata.
Guardando i vari contenitori pomeridiani e serali che si susseguono in questi giorni, verrebbe da pensare che il dolore sia quasi provocato, anelato, cercato.

Nell’oramai annoso dibattito sullo spettacolo del dolore si parla – e non per caso – molto di etica e di morale e pochissimo di economia.
Perché il dolore è proprio questo: una merce che fa vedere i telegiornali e vendere i giornali.

In fondo, questa banalità – tutto è merce – è la più inconfessabile delle leggi che governano le nostre povere vite. Più ineludibile della legge marziale, più mutilante del bisturi.

Ammettere che il dolore si compra e si vende, come qualsiasi altro istante e qualsiasi altra cosa, vorrebbe dire ammettere che viviamo come disperati in una società disperata.

E, forse, è proprio così...  

mercoledì 21 dicembre 2016

Breve storia di un Amore



Sally cammina per la strada senza nemmeno
guardare per terra
Sally è una donna che non ha più voglia
di fare la guerra
Sally ha patito troppo
Sally ha già visto che cosa
ti può crollare addosso...

Non c'è stato nulla da fare: mia figlia Chiara non ha potuto fare altro che sorbirsi il mio canticchiare. Chiara non è affatto contenta che io canticchi per strada. Lei è una bambina assai attenta al pudore (posizione mentale sbagliata, in quanto mi ritengo molto intonato). Questa volta no: si è dovuta sorbire una vecchia canzone. Questo perché certe volte solo le canzoni hanno il potere di essere più attinenti a ciò che ti capita di sentire in cuor tuo.
Era una giovane donna, non bella, non interessante. Tiene in braccio una bambina, una bambina piccola, scura come la madre, che le sonnecchia sulla spalla. Tra le mani regge un passeggino, un enorme passeggino ripiegato. È stanca, è sudata; sono le due del pomeriggio e aspetta l'arrivo dell'autobus cercando di ripararsi dal sole all'ombra della lurida pensilina. Guarda la sua bambina, guarda in su, verso la luce. Il suo sguardo è mite e buono, e la stanchezza e il sudore le segnano il viso. Ma non lo sguardo.
Arriva il tram e le persone in fila – tra cui io e Chiara – si avventano sulle portiere. Siamo furenti di ritardo, di afa, di scontento. La giovane donna resta lì, sotto la tettoia, a guardare in su. Chissà in grazia di quale illuminazione capisco, torno sui miei passi e le chiedo se per caso ha bisogno di una mano. Domanda idiota: come potrebbe farcela da sola? Ma lei non si risente della mia stupidità: sorride appena e dice sottovoce: “Sì”. Seduta davanti a me e Chiara, nel fetido abitacolo dice solo: “È più difficile con i treni, lì non trovo mai nessuno”. E sorride, ancor una volta, prima di appisolarsi assieme alla sua piccolina. Un pacco di tenerezza così limpida da sembrare animale, buttato su un sedile macchiato di qualcosa che non voglio sapere.
Una vita che non conoscerò mai, ma che posso solo immaginare oltre la soglia del suo silenzio.
Ha un marito, un marito che la ama?
Ha una madre che l'aiuta?
Ha forse un lavoro?
E questo suo viaggiare eroico – uscire di casa, prendere l'autobus, scendere dall'autobus, accudire la sua bambina, nutrirla da sola, aspettando in silenzio che qualcuno capisca che ha bisogno di essere aiutata – questa sua inesorabile fatica, rappresenta la sua vita?
Ci sarà gioia da qualche parte per lei e la sua figliolina?
E se ci sarà del pianto, chi si occuperà di placarlo?
Non lo saprò mai, non lo saprà mai nessuno. Una silente vita eroica.
Ho voluto bene a quella giovane donna non bella, non affascinante, non interessante. Non ho provato altro sentimento più sofisticato, più attinente, più socialmente proficuo. Non pietà, non solidarietà, non comprensione: le ho solo voluto bene. Le ho voluto bene in totale gratuità, partecipando alla sua vita per quei pochi minuti in modo così profondo.
E mi sono chiesto se non sia ridicolo pensare che la comunità può non solo fornire servizi, garantire solidarietà, essere all'occorrenza pietosa, ma anche voler bene. Forse non è ridicolo, ma è irragionevole, lo so, immaginare una comunità affettuosa.
Stavo pensando proprio a quello, quando mi è venuta in mente una vecchia, forse stupida, canzone.

Nanananà, nanananà, nanananà.

Sally cammina per la strada...

lunedì 19 dicembre 2016

La mosca



Si avvicina al foglio a piccoli passi. Muovendo le zampe al ritmo nascosto di una musichetta sincopata. Poi sale sulla tastiera. Si arrampica sulla Q ragionando sul da farsi. Improvvisamente sceglie la diagonale, strisciando sulla S e sulla X. Come estremo sberleffo alla mia mano, poggiata a qualche centimetro, si adagia sulla barra spaziatrice, percorrendola in tutta la sua interezza. Non muovo la mano, come se il ragionare sui tragitti quotidiani di una mosca potesse riempire il vuoto concreto del foglio bianco. Incipit, corpo centrale, chiusa. Tutto insieme. Con la precisione di un computer cui sono stati immessi i dati, con l'input di ordinarli. Click.
Si arrampica sulla stampante sfidando la risma di A4 pericolosamente in bilico su di essa. Delusa scende sul tavolino, preferendo lo sfavillio colorato di gomme e temperini, penne e lampostil. Mi chiedo dove vanno a finire le e-mail cestinate, dove si nascondono per sfuggire allo spazzino elettronico. Tra quali file? In quale pertugio di quale server? Troveranno ancora qualche mouse caritatevole che, cliccandole, possa dar loro voce e visibilità? Il mio cervello funziona al ritmo del ventilatore asmatico che frulla sopra la mia testa. Il silenzio sta avanzando dai quattro angoli della stanza. Sta per stritolarmi. Anche dalla finestra non filtra alcun rumore chiaro. Solo suoni feltrati: strascichii.
La vedo, la osservo, capisco che sta prendendo una decisione: con un volo arcuato va a sfidare il pesante drappeggio della tenda, imitando per qualche istante il muoversi impazzito delle falene. Poi si arrende zampettando nella concavità ombrosa del tessuto.
Aspetto l'attimo, lo stimolo che ti fa diventare le dita incontinenti. E batti sulla tastiera come un fabbro. Come quando campavo scrivendo per la televisione. Indugiavo sull'apertura del notiziario fino a pochi minuti dalla messa in onda. Come il paracadutista coraggioso che aspetta gli ultimi istanti utili per tirare la cordicella. Non sempre funziona, però.
La mosca fa capolino dalla piega più profonda e inizia a disegnare arabeschi tra le volute di fumo della sigaretta. Poi si avvicina alle pale del ventilatore, per nulla intimorita dalle sciabolate. Lo spostamento d'aria blocca per un istante il volo e la mosca rimane ferma come un'aquila controvento. Spicca il volo, stranamente decisa su traiettoria e atterraggio. Sceglie la foto, quella di Chiara e Giusy, sorridenti tutte e due. Eravamo in montagna; sullo sfondo paesaggi da cartolina: verde, blu, in lontananza il bianco delle nevi perenni. Passeggia sul berretto di Chiara, di diverse misure più grande. Sembra annusare l'acrilico blu, per nulla soddisfatta del risultato olfattivo. Giusy guarda perplessa, gli occhi paiono stringersi impercettibilmente, per la rabbia rivolta a quell'insetto che ha l'ardire di importunare la bimba, la sua bimba.
Quel giorno andammo nel mondo incantato della malga Fane, Chiara, cinque anni di capricci, non ne voleva sapere di arrampicarsi su per la costa. Si mise a piangere, buttandosi platealmente a terra, piena di tensione selvatica. Il primo tentativo per normalizzare la situazione toccò a me; dissi qualche parola, ma avevo un tono ridicolo, da fiction di terz'ordine. Mi ascoltavo dal di fuori e mi facevo rabbia. Parlando mi sembrava di fare gesti sbagliati o fuori sincrono, il tutto accentuato dal silenzio prodigioso della montagna.
Ci pensò Giusy a farla ritornare sulla sua decisione. La prese in braccio modulandole melodie sperimentate nel tempo; un fado dolcissimo, languido. Riusciva ad ipnotizzarla, a portare il suo respiro al minimo. Un miracolo, quasi. Poi Chiara si decise e si avviò su per il sentiero, con passo deciso.
La sera, quella sera, Chiara si addormentò presto, tutta presa nei suoi sogni infantili. Noi raggiungemmo un pezzo di prato, di fianco alla bellezza minerale di un torrente.
Si sentiva stridere le civette, cantare qualche raro grillo. C'erano alberi che, baciati dalla luna, emergevano prepotentemente dal paesaggio.
Il cielo sembrava vicinissimo, molto più vicino della malga Fane. La notte era di una bellezza difficile da descrivere. Immensa, sonante nel suo vuoto siderale. Ti senti parte di una lavagna vergine che si lascia imprimere da qualsiasi fruscio, gemito, odore. Sono gli aromi e i rumori, le scritture di una notte di giugno. E noi due eravamo lì, apposta, per lasciarcene imprimere. Forse eravamo un po' dispiaciuti di avere occhi e narici così minorati rispetto alle civette, ai grilli. Rispetto all'immenso respiro del bosco.
Ci siamo seduti nel mezzo del prato: la terra era dura, ma lasciava trasudare l'ultimo tepore diurno. Nella collina di fianco a noi, un barbaglio infinitesimale di luce, lasciava intendere la presenza di un'auto: ma era l'unico indizio tecnologico nell'Universo che avevamo di fronte. Questo lapillo mi diede la forza di rollarmi una sigaretta.
Guardavo le stelle, fumando.
Faceva freddo.
Faceva bello.
Abbiamo guardato le scie degli aerei, cercando di indovinare le destinazioni. Erano tante le scie che passavano sopra di noi: cocci di vita con le loro valigie, i loro pensieri, le loro speranze. I loro drammi, quotidiani e straordinari. Quelle strie bianche sono il nostro spettacolo per farci pensare alle loro vite. Alle nostre vite.
A voce bassa, come soldati in trincea, abbiamo parlato dell'Universo Mondo. Con gli occhi fissi abbiamo sviscerato lo scibile intonso: il tempo, l'anima, il bene e il male. Abbiamo parlato dei figli, della vita e della morte. Della focaccia e dello strudel. Del sesso e dell'amore e dell'affetto e della complicità. Del destino. Man mano che il discorso si srotolava nel buio, qualche parola, inevitabilmente, si apriva un varco verso l'incontenibile altezza che ci sovrastava.
Fin dove ci potevamo arrampicare in una notte così, se tra noi e il cielo c'era solo un'occhiata?
Ci siamo arrampicati, è ovvio, quasi sino a dio. Solo per constatarne l'inevitabile assenza.
Per due soldati in trincea, come me e Giusy, non è per nulla semplice ammettere che non c'è il Generale. Da nessuna parte. Almeno, noi non l'abbiamo trovato.
Almeno non quella volta. E sì che quella notte l'abbiamo anche cercato. Abbiamo scandagliato il cielo per cercarne la presenza, anche un minimo indizio. Merda, non l'abbiamo trovato. Almeno non quella sera.

La mosca è stufa della malga Fane. Dopo un ultima danza frenetica lascia la foto. Indovina il pertugio, un uscita segreta. Spicca il volo e se ne va...